Sul set un matrimonio celebrato a Capo Milazzo 170 anni fa

Entrano subito nel vivo le celebrazioni del bicentenario della nascita dello storico Giuseppe Piaggia

Una scena del matrimonio celebrato al Capo nel 1851

Il 2021 è un anno di ricorrenze per Milazzo. Dal 70° della scomparsa del suo figlio più illustre, l’Ammiraglio Luigi Rizzo, al bicentenario della nascita del suo storico, il barone Giuseppe Piaggia, senza dimenticare poi il 60° anniversario della tragica scomparsa del capitano Massimo Scala, pioniere delle Frecce Tricolori.

Il Museo Etnoantropologico e Naturalistico “Domenico Ryolo” si appresta a ricordarne le figure in modo modesto, ma affettuoso, cominciando dalla commemorazione di Giuseppe Piaggia, che appena 10 anni fa, per iniziativa della Società Milazzese di Storia Patria, ha ottenuto l’intitolazione di una pubblica strada (una traversa di via Tremonti), deliberata dall’Amministrazione comunale pro-tempore nell’ambito delle celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia.

In tale direzione si inserisce l’anteprima, da parte dello stesso Museo Ryolo di via Impallomeni, di un cortometraggio in corso di realizzazione, ideato da Antonella Maiorana e dal marito Franco De Luca. Il progetto, nato dalla collaborazione della stessa Maiorana e di Daniel Cuciti, giovane cultore di storia milazzese, ripropone a 170 anni di distanza il matrimonio di due contadini del Capo, che il Piaggia descrisse nei suoi dettagliati «costumi dei villani del territorio di Milazzo», editi nella sua Illustrazione di Milazzo del 1853.

Le scene del matrimonio sono dunque al centro del cortometraggio, di cui nella pagina Facebook del Museo Ryolo (“Milazzo nella Storia”) vengono presentati in anteprima alcuni suggestivi assaggi, alcune foto scattate da Dalila De Luca. Ma chi furono i due “villani capiciani” ad unirsi in matrimonio 170 anni fa? Il Piaggia – che assistette alle nozze – si limita a darne i nomi, Giuseppe e Maria, senza tuttavia specificarne i cognomi, fornendo tuttavia alcuni particolari che hanno consentito allo studioso Giovanni Lo Presti di individuare ulteriori particolari attraverso una meticolosa ricerca d’archivio: «grazie alla descrizione del barone Piaggia, che ha indicato la chiesa in cui furono celebrate le nozze, quella dell’Addolorata, e la data delle stesse nozze (una domenica del settembre 1851), è stato possibile rintracciare i dati mancanti. Il ventinovenne Giuseppe Currò, figlio di Stefano e Gioacchina Foti – riferisce Lo Presti – sposò nella chiesa parrocchiale di S. Maria dei Sette Dolori, oggi comunemente intesa dell’Addolorata, ed alla presenza dei testimoni Francesco ed Antonino Foti, la giovane capiciana Maria Lo Duca, 23 anni, figlia di Nino e Rosa Crisafulli. L’anziano parroco Don Antonino Calabrò Picciolo conosceva bene i due sposini, che aveva persino battezzato nella stessa chiesa dell’Addolorata».

Se il Piaggia ha da un lato taciuto queste informazioni, rispettando con larghissimo anticipo l’attuale normativa sulla privacy, dall’altro non ha lesinato preziosi dettagli sugli abiti dei due sposini, che nel cortometraggio prendono forma grazie al lavoro appassionato di tre signore di S. Marina: Gianna Anania, Giuseppina Messina e Tiziana De Luca, le quali, seguendo le minuziose istruzioni dello stesso Piaggia, hanno ricreato i singoli particolari. Dal «cappio di raso rosso» indossato dalla sposa sul «centro della testa» ai suoi «orecchini di smisurata lunghezza in filigrana d’oro», gentilmente prestati al set da una signora di S. Marina che li ha ricevuti in eredità da una sua antenata. Una fedele riproduzione dei particolari che le tre costumiste di S. Marina hanno riproposto – a volte reinterpretandoli – in altri accessori dell’abito da sposa: dalla seconda collana di corallo alla «gonna di color celeste» cinta in basso da 3 nastrini colorati – dall’alto verso il basso, rispettivamente, rosso, giallo e rosa – ed ancora dal grembiule bianco indossato sulla gonna all’altro nastrino rosa che cingeva la vita della stessa sposina, munita come lo sposo di scarpe, a differenza invece dei parenti e degli altri invitati, tutti a piedi scalzi.

Fin qui, dunque, i particolari dell’abito di Maria Lo Duca, impersonata sul set da Valeria Di Brisco. Altrettanto fedele l’abito dello sposo Giuseppe Currò, interpretato da Daniel Cuciti, che qualche mese fa ha interpretato anche un lavorante del frantoio del Capo sempre ai tempi del barone Piaggia, il quale in quella domenica di settembre del 1851, davanti al portale d’ingresso della chiesa dell’Addolorata, annotò sul proprio taccuino questi particolari dell’abito del Currò: un berretto di lana azzurra, una camicia dal colletto bianco spazioso, un giubbone di velluto blu con un fazzoletto rosso che fuoriusciva dal taschino destro ed ancora calzoni di velluto blu, calzette bianche, scarpe di pelle nera ed una cintura in tessuto bianco avvolta da nastrino rosso.

Ad interpretare i ruoli di Nino e Rosa Crisafulli, genitori della sposa, sono stati Tommaso Sulfaro e la costumista Giuseppina Messina. L’altra costumista Gianna Anania ha interpretato invece Gioacchina Foti, madre dello sposo, mentre a Stefano Sofia e Filippo Catalfamo sono toccati i ruoli dei testimoni degli sposi Francesco ed Antonino Foti. Il ruolo del parroco Don Antonino Calabrò è toccato a Noel, mentre Salvatore Di Bella sul set ha servito la messa da chierichetto. Tra i figuranti Chiara Battaglia, Caterina Cipriano e Leonardo Schembri hanno dato vita ai popolani invitati al povero ma dignitoso matrimonio celebrato ai giorni nostri nell’antica chiesa della Misericordia di Capo Milazzo, che la famiglia Cambria ha gentilmente messo a disposizione per le riprese della rievocazione del matrimonio dei due contadini capiciani, iniziato, come scrive il Piaggia, al grido “Li ziti veninu! li ziti!!” e terminato con una «furiosa grandinata di confetti».


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