L’Italia si è genuflessa alla Libia: i pescatori di Mazara sono ancora in mano ad Haftar

Dopo più di un mese i pescatori di Mazara sono ancora in mano al generale Haftar. Gli appelli delle mogli sembrano essere rimasti nel dimenticatoio. Una vicenda che evidenzia l'incredibile fallacia di questo governo. 

Turchia

L’obnubilamento del ruolo attivo dell’Italia nella geopolitica del Mediterraneo.

Per avvalorare quanto è stato scritto come incipit di questo articolo non bisogna compiere uno sforzo così eccessivo. Difatti, basta riportare le parole dei familiari dei pescatori di Mazara trattenuti a Bengasi da ormai più di un mese: “Ogni giorno che passa è peggio, siamo disperate e nessuno ci dice niente di chiaro“. Parole dure, tremendamente tristi che, purtroppo, sembrano riecheggiare nella totale oscurità della Farnesina. L’intera marineria di Mazara del Vallo vive in uno stato di costante angoscia e ansia. Di Maio brancola nel buio. L’Italia si è genuflessa a quello che Salvemini definì – erroneamente – lo “scatolone di sabbia“.

Non è la prima volta che Mazara del Vallo affronta una situazione del genere. Già in altre occasioni la marineria locale si è ritrovata di fronte a casi di pescherecci accusati di pesca di frodo o di ingresso illegittimo in acque libiche. L’unica – gravosa – differenza riguarda i tempi d’intervento. In altri simili episodi le vicende si erano risolte al massimo in 48 o 72 ore. Basti pensare al caso avvenuto dieci anni fa quando a Palazzo Chigi sedeva Berlusconi e a Tripoli Mu’ammar Gheddafi governava la Libia.

In quell’occasione erano tre i pescherecci libici sequestrati dalle motovedette del Colonnello. Nel giro di pochi giorni, grazie soprattutto all’esecutivo di Berlusconi, i marinai tornarono a casa. In anni più recenti, nonostante le Primavere arabe, i pescherecci italiani sequestrati sono potuti comunque tornare in Sicilia nel giro di poco tempo. Volendo riassumere quanto è stato detto, per l’Italia tutta questa lunghissima attesa risulta essere un gravissimo smacco per la sua immagine.

Dalla vicenda coloniale al generale Haftar: il fallimento di Roma nella vicenda dei pescatori di Mazara

È risaputo da tutti coloro che hanno studiato un po’ di storia: gran parte della nostra sfida coloniale si è giocata in Libia. Ma non conta solo il passato, difatti anche nel presente l’Italia e la Libia sono legate da interessi energetici e altri di varia natura economica. Il fatto che l’Italia non riesca a sbloccare questa impasse è davvero grave. Giuseppe Conte, quasi come se si fosse trovato nel 1923 dopo la stipula del trattato di Losanna, ha sempre cercato di fare della Libia una delle proprie bandiere politiche.

Difatti, in occasione del vertice di Palermo voluto fortemente dal presidente del consiglio, lo stesso Conte ha rivendicato l’equidistanza italiana rispetto ai principali attori impegnati nel dossier libico. Roma sostenere l’esecutivo di Tripoli guidato da Fayez Al Sarraj, altresì ha sempre dialogato con il generale Haftar, che controlla l’area orientale del Paese. Oggi – incredibilmente – il governo Conte non riesce a risolvere la questione. Dov’è finito il dialogo con il generale Haftar?

I pescatori di Mazara aspettano da più di un mese una possibile soluzione per tornare al più presto a casa. Ufficialmente sono in stato di fermo in attesa del processo dove dovrebbero essere imputati per ingresso non autorizzato in acque libiche. Haftar, in realtà, sapendo che quello specchio di mare non è internazionalmente riconosciuto come libico, li tiene come pedine di scambio sia politico, sia diplomatico. Difatti, la natura diplomatica la si evince dal fatto che Haftar ha richiesto la liberazione di 4 ragazzi libici detenuti in Italia per permettere ai marittimi di Mazara di fare ritorno a casa.

Oltre allo smacco, un segnale di debolezza da parte dell’Italia

C’è un dato da tenere in conto. A prescindere da come si risolverà la faccenda, questo episodio verrà considerato come un precedente. Uno Stato come l’Italia che non riesce a dirimere le controversie legate ai propri pescatori non può che dare, al resto del Mediterraneo, un forte segnale di debolezza. Dai fasti romani delle guerre puniche all’idea di essere diventati il ventre molle di quello che fu il Mare nostrum, sono passati 2166 anni.

Ma che tragedia un Paese che dimentica le sue tradizioni. Di certo non quelle belliche, bensì quelle diplomatiche.

I nostri interessi economici e politici nell’area mediterranea potrebbero – ben presto – essere ridimensionati. E tutti, nessuno escluso, sapranno che attaccare l’Italia è più facile che creare grattacapi ad altri Paesi. Nel frattempo, onde evitare di soffermarci soltanto su questioni meramente strutturali, è necessario pensare e agire – per quel che si può – per riportare a casa i pescatori di Mazara.


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