Leggende siciliane: quando l’Etna era la tana del diavolo

Continua il nostro itinerario nella Sicilia leggendaria. L'Etna - secondo i pagani e i cristiani dei primi secoli - era la dimora degli Inferi. Papa Gregorio I e un cronista francese ci raccontano le leggende che aleggiano sulle pendici del Mungibeddu

Etna

Quando il Mungibeddu terrorizzava i peccatori

I primi secoli dell’era cristiana sono caratterizzati da una ricomposizione del credo pagano sul nuovo sfondo storico. Per capire il rapporto tra le due fedi, si può prendere come esempio la leggenda che aleggiava intorno alle pendici dell’Etna. Una fonte interessante è la Vita di Filippo di Agira del V secolo, nella quale si legge che il santo taumaturgo aveva dovuto lottare contro i diavoli che infestavano la cima dell’Etna. La credenza secondo cui il Tartaro – l’inferno della mitologia greca – si trovasse nelle tremende profondità dell’Etna risale già al mito di Encelado raccontato da Esiodo.

La suddetta credenza appare consolidata nella cristianità romana tra il VI e il VII secolo, quando venne intercettata e rilanciata dal pontefice Gregorio I. Il padre della Chiesa ebbe al riguardo convinzioni forti, che espose nei dialoghi. Nel libro IV di quest’opera, che tratta proprio dell’inferno, si legge del giovane Eumorfio e della sua sensazione di essere vicino alla morte. Eumorfio sussurrava al suo servo che era pronta la nave che lo avrebbe condotto in Sicilia. Gregorio I esponeva quindi la propria idea dei vulcani dell’isola:

“Il fatto che Eumorfio abbia detto al suo servitore che con quella nave sarebbe stato portato in Sicilia può avere un solo significato: più che in ogni altro luogo, è nelle isole di quella terra che si sono aperte le marmitte dei tormenti, che sprigionano fuoco. Esse, come riferiscono gli uomini sapienti, si allargano ogni giorno di più, con l’avvicinarsi della fine del mondo”.

Altresì Gregorio lanciava anche la leggenda secondo cui il re goto Teodorico era stato rovesciato giù dal cratere di Vulcano per aver causato la morte di papa Giovanni I, che aveva tenuto in prigione a Ravenna, e per aver ordito l’uccisione del patrizio romano Simmaco. Per l’autorevolezza delle fonti e la perfetta rispondenza alle necessità dell’epoca, le suggestioni gregoriane trovavano riscontri in diversi ambiti della cristianità, anche illustri. Lo stesso Isidoro da Siviglia, coevo di Gregorio, scriveva: “Il monte Etna, così chiamato per lo zolfo e il fuoco, da cui si va anche alla Gehenna”.

L’Etna nelle leggende d’Oltralpe

Questa credenza ha sollecitato anche altre storie. Il cronista francese Amoino dell’abbazia benedettina di Fleury-sur-Loire narrò una leggenda che con buona probabilità risaliva al VII secolo. Protagonista di questa leggenda era Dagoberto I, fondatore dell’abbazia nel 630. Si raccontava che un eremita di nome Giovanni, vivente in un’isola nei pressi dell’Italia, aveva visto l’anima di Dagoberto incatenata su un barcone, attorniata da diavoli che la portavano in Sicilia per farla sprofondare nel cratere etneo. La leggenda continuava con l’intervento miracoloso di s. Martino e altri santi, i quali mettevano in fuga i demoni e conducevano in cielo in trionfo l’anima del re.


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