La protesta dei ristoratori a Milazzo, un appello di giustizia rivolto a tutti

I ristoratori sono la nuova categoria demonizzata dai decreti. Dimenticati in buona sostanza hanno deciso di scendere in piazza anche a Milazzo.

In Italia ormai si parla solo di covid, omotransfobia, Ursula Von Der Leyen. Appare quanto mai serafico che le uniche notizie sulla più grande protesta degli ultimi 10 anni, sia stata trasmessa in appena qualche minuto di telegiornale.

Si tratta dei ristoratori, dei commercianti, degli artigiani, degli ambulanti. Insomma: l’Italia normale. Quella che è scesa in piazza a protestare perché da un anno non lavora. Ne hanno parlato i tg per dire che qualche infiltrato ha caricato i poliziotti. Ma quella gente era in piazza non per chiedere di ristori, aiuti, sostegni ma solo per affermare un diritto già sancito nella Costituzione: il diritto al lavoro. Un diritto che appare per la prima volta negato poiché di libera iniziativa si tratta, libera impresa, libero mercato.

Ma come si può pensare davvero che una pandemia possa bloccare l’economia a oltranza? C’è un limite, superato questa estate, in cui doveva apparire chiaro un dato: invece che temporeggiare a suon di lockdown mascherati da zone fucsia e verdi, bisognava trovare un compromesso tra sicurezza e lavoro per imparare a convivere con il covid. Perché la retorica dell’andrà tutto bene è fallita e potrebbe tornare a fallire e nel frattempo? Teniamo mezzo Paese chiuso.

Questo hanno voluto dire Alessandro Ilacqua, Giovanni Cambria e Christian Guercio in questi giorni, quando, a loro spese, hanno girato le piazze d’Italia per gridare quel diritto negato. Tornati alla base, nella loro Milazzo, hanno aperto simbolicamente i loro locali. Al loro coro si sono uniti in tanti. Simbolicamente, certo, con dei manichini. Nella speranza, l’ennesima, che questa volta le rivoluzioni portino a qualcosa di concreto.


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