La luce dell’Occidente annuncia il suo congedo

L'Occidente decade sotto i colpi di una rivoluzione giacobina. Gli ultimi vandeani rischiano l'esilio. La società è pronta a cancellare il suo passato.

Occidente

L’origine dell’Occidente tanto nomato

Ci si interroga spesso sullo spirito dell’Occidente, sulla sua origine e sulla sua decadenza. Nessuno però è mai stato concorde – storicamente parlando – sull’evento che ha permesso la nascita di questa percezione. Per secoli, l’Occidente non fu una visione geo-storica preminente e la sua linea di confine non era a Oriente né in un preciso punto cardinale, ma era tutto ciò che esulava dal cono di luce della civiltà, oltre la quale c’erano i barbari. Storicamente si potrebbe collocare l’albore dell’Ovest al conflitto tra due mondi che oggi si ripropone: quello greco e quello persiano.

Il primo a separare l’Occidente dall’Oriente fu Alessandro Magno e dopo l’impero romano
l’Occidente divenne il luogo sacro della cristianità. Appare come sinonimo di civiltà cristiana nel conflitto secolare contro arabi e ottomani, nelle crociate, nelle battaglie di Otranto, Lepanto e Vienna. L’Occidente riaffiora poi in veste imperiale nelle imprese coloniali europee. Ma l’idea che noi oggi abbiamo sull’Occidente nasce sulle orme di un libro celebre, ma spesso sottovalutato: “Tramonto dell’Occidente” di Spengler.

Il titolo è però bugiardo, poiché l’Occidente non tramontò dopo la prima guerra mondiale. Più semplicemente, l’Ovest non venne più riconosciuto come l’ombelico del mondo dopo la caduta degli Imperi centrali. Dal 1918 iniziò il Secolo Americano, consacrato da due guerre e da una pervasiva colonizzazione culturale e commerciale, prima che militare, del pianeta. Con la caduta del Comunismo, l’Occidente dilagò ovunque come modello universale di libertà, uguaglianza e democrazia.

Dunque come si può parlare di decadenza dell’Occidente se quest’ultimo è ormai sconfinato in tutto il mondo?

L’Occidente è storia e cultura

Né il criterio geografico né il criterio etnico possono soddisfare l’esigenza di trovare una definizione al termine “Occidente“, poiché la più pertinente è quella che lega la storia e la cultura. L’Occidente è il mondo nato dalla polis greca e dal pensiero greco, dall’imperium romano e dalla lex romana, dalla civiltà cristiana e dalla storia moderna. Occidentale è il mondo della riforma protestante, delle rivoluzioni politiche, del – becero – illuminismo e della secolarizzazione.
È Occidente il mondo che riconosce i diritti dell’uomo.

Sul piano geopolitico di occidenti ve ne sono almeno tre, intrecciati e distinti: l’America del Nord, l’America latina e l’Europa, casa madre. La categoria occidente – al giorno d’oggi – viene relativizzata da un nuovo contesto di riferimenti, in cui uno statunitense è più vicino ad un giapponese che ad un latino-americano. A complicare ulteriormente le cose è venuto il contraccolpo della globalizzazione: i massicci flussi migratori.

L’Occidente ha smesso di indicare un luogo per indicare invece un tempo, la modernità. Il topos dell’Occidente è atopos, il non-luogo, per dirla con Marc Augé, che trasforma i suoi abitanti da conterranei in contemporanei, da radicati in nomadi. Non è più possibile una distinzione tra l’Occidente moderno e l’Oriente arcaico. Essa ha avuto senso fino a che il monopolio della tecnologia è stato occidentale. Le tigri del sud-est asiatico, la poderosa tecnologia nipponica, la rivoluzione telematica indiana e il Mao-capitalismo cinese hanno reso obsoleto qualsivoglia confronto.

La decadenza dell’Occidente

L’Occidente decade perché il passato va in malora. Lo si dimentica al pari del futuro e del soprannaturale, ossia delle dimensioni costitutive dell’umano e di ogni civiltà. Un’altra risposta potrebbe essere la perdita di culto, cultura e coltivazione, qui intesa come educazione. Gli indicatori più vistosi del declino sono la denatalità e l’invecchiamento della popolazione. La perdita della dimensione pubblica e la crescita abnorme della sfera privata, ego-narcisistica, stanno lentamente facendo a pezzi gli ultimi rimasugli dell’Occidente.

Anche il calo della fede e della lettura, la perdita del nesso tra diritti e doveri. Si potrebbe fare un elenco vastissimo. Si potrebbero aggiungere alla drammatica lista la rimozione della morte, il rifiuto del limite, la paura di vivere e l’attaccamento assoluto alla vita. L’identità occidentale non deve essere vissuta con vergogna e senso di colpa. Altrimenti si getta benzina sul fuoco originatosi dai movimenti che stanno devastando l’Occidente sotto nomi e acronimi ormai rinomati per la loro impudicizia: BLM e Antifa.

Come si può aspirare, con questo clima, ad una novazione? In Occidente, essa potrà avvenire solo se si supererà lo scompenso tra crescita e visione, il dislivello profetico tra tecnica e cultura di cui scriveva Gunther Anders. La libertà e lo sviluppo tecno-economico non sono i fini supremi, ma due strumenti ai quali non vogliamo rinunciare che però non bastano per denotare la civiltà e la dignità umana.

Lezioni dall’Oriente

Dall’Oriente abbiamo lezioni essenziali da imparare. Del resto la stessa globalizzazione, alla lunga, non è solo un fenomeno di estensione nel mondo della tecnica e del mercato; c’è il fenomeno inverso di influenza orientale sull’Occidente. Ciò che va salvaguardato è la ricchezza della diversità, il sale delle differenze che è poi la radice più nobile e vera della libertà. Non va perseguito il progetto di un Mondo Uniforme dominato da un pensiero unico aberrante che uniforma e omogenizza ogni cosa.

Non è relativismo culturale, ma polifonia di civiltà, rifiuto del mondo a una dimensione e della vita ridotta a tecnica e mercato. Il dialogo tra civiltà non è contrapporre il basco al burqa, ma confrontare le tradizioni. Il primo è dialogo tra sordi, il secondo è confronto autentico. Da esso può originarsi un colloquio come anche un conflitto.

La luce dell’Occidente non coincide con l’elettricità e nemmeno con il crepuscolo della sua civiltà nel nome del suo sconfinamento globale. D’altronde ex oriente lux, la luce dell’Occidente annuncia la sera e dunque il suo congedo.

“La Torre” di Julius Evola

Evola non smette di sorprenderci. All’interno della nuova edizione del suo celebre “La Torre“, il barone anticipa molte teorie più note di Huxley, Horkheimer, Adorno, Orwell e Marcuse. L’opera evoliana offre un ritratto spietato e chirurgico del nostro mondo. Evola si immagina una morte naturale dell’Occidente, niente cataclismi o pandemie. Ma cosa intende per “fine” il barone di origine catanese?

Non vi saranno più guerre. Vi sarà la fratellanza universale e il livellamento totale. Unica parola d’ordine? Obbedire, ma le nuove generazioni fanno fatica. Niente capi, vi sarà l’onnipotenza della “società“. Gli uomini, mezzi per l’azione sulle cose. L’organizzazione, l’industrializzazione, la potenza e il benessere fisico raggiungeranno apici inconcepibili e vertiginosi. Accuratamente e scientificamente verremo liberati dall’Io e dallo spirito. Gli uomini diverranno sanissimi, sportivi, lavoratori.

Il loro pensiero e il loro modo di sentire e di giudicare avrà carattere assolutamente collettivo. La differenza morale fra i sessi scomparirà. Le ultime prigioni rinchiuderanno nell’isolamento più terrificante gli ultimi attentatori dell’umanità: i pensatori, i testimoni della spiritualità, i pericolosi maniaci dell’eroismo e della fierezza guerriera. Gli ultimi asceti si estingueranno in esilio. E la massa celebrerà sé stessa per bocca di poeti ufficiali e autorizzati.

A questo punto la società sarà totalmente rigenerata e non conserverà più nulla del suo passato ricco di “barbarie“. Medusa taglia la testa a Perseo, Cristoforo Colombo viene gettato in mare e David Hume viene dimenticato nell’università resa grande da egli stesso.
È in atto una rivoluzione giacobina. Ma noi vandeani non abbiamo alcuna intenzione di cedere il passo.

 


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