La chiusura dei teatri? “Un sintomo di arretratezza”. L’intervista a Beatrice Valenza, scenografa calabrese

L'Italia si è ritrovata a dover sacrificare anche la cultura. Musei e teatri sono chiusi da troppo tempo ingiustificatamente. La scenografa Beatrice Valenza si racconta al Tirrenico.

Teatri

Il Covid-19 ha radicalmente spostato l’attenzione della massa verso la situazione sanitaria e ha altresì scoperchiato le grosse falle inerenti al sistema scolastico. In Italia, però, non vi sono soltanto questi due “campi” a farla da padrone, difatti il nostro Paese gode soprattutto di una delle più celebri tradizioni teatrali del mondo.
Gli addetti ai lavori di questo settore sono sicuramente tra i più danneggiati a causa della pandemia. I teatri, come i musei, sono chiusi da tempo immemore.

Oggi intervistiamo Beatrice Valenza, laureanda in Scenografia presso l’Accademia delle Belle Arti di Reggio Calabria.

Beatrice conosce minuziosamente l’ambiente teatrale, poiché ha lavorato per un lungo periodo di tempo all’interno di esso come scenografa e attrezzista. Ha inoltre ricoperto i ruoli di assistente macchinista, facchino e hostess. Un addetto ai lavori a tutti gli effetti.
Il suo periodo lavorativo all’interno della grande macchina del teatro è stato bruscamente interrotto dall’emergenza pandemica.

Beatrice, è un piacere averti qui. Che sensazioni provi all’interno di questo limbo nel quale – soprattutto voi addetti ai lavori – vi siete ritrovati dopo la chiusura totale del 25 ottobre?

A marzo, tornata a casa dopo uno spettacolo, mi sono resa conto che il sipario non si sarebbe riaperto per tanto tempo. Da quel momento mi sono sentita in apnea. Una minuscola speranza si era riaccesa nel periodo estivo, ma è stata come una piccola boccata d’aria per poi tornare sott’acqua.
La seconda chiusura è stata forse un po’ più pesante della prima, perché durante la prima avevamo, in un certo senso, energie e risorse accumulate precedentemente, mentre nella seconda no. Quella piccola parentesi estiva non è bastata, è servita per dare un po’ di false speranze e per quanto mi riguarda ha appesantito le preoccupazioni che già avevo.

Il ministro Franceschini ha precisato che “la priorità assoluta è tutelare la vita e la salute di tutti”. D’accordo, ma nel periodo di apertura effettiva dei teatri (15 giugno – 10 ottobre), su un totale di 347.262 spettatori, soltanto uno è risultato positivo al Covid-19. Questa chiusura totale poteva essere evitata?

Questa chiusura ha generato opinioni forti, è una situazione molto complessa ed è necessario tenere conto di diversi fattori prima di prendere posizione e puntare il dito contro chi, come me, non è stato d’accordo.
Il desiderio di tutelare la propria categoria viene spesso confuso con l’antagonismo tra settori; ciò che non si capisce in questa situazione è la logica: le chiese si, mentre i teatri no. Eppure è un dato di fatto che fino ad ora il teatro, la musica e più in generale le arti, hanno dimostrato un grandissimo senso di responsabilità sociale rendendo i propri i propri eventi “luoghi sicuri”.
Qui non si tratta di chiudere parzialmente un’attività , si tratta di centinaia di migliaia di persone che non lavorano da mesi; per i teatri non è stata prevista una modalità di lavoro ridotta. Sono state create diverse piattaforme online e molte compagnie hanno iniziato a vendere i propri spettacoli. Questo forse permette di mantenere o curare la relazione col pubblico, ma non di guadagnare. Senza contare le moltissime figure professionali che questa modalità necessariamente esclude. La salute è una priorità e il teatro ha dato atto di essere in grado di preservarla, quindi piuttosto che chiuso andrebbe “ascoltato”, soprattutto in un momento come questo in cui la società ha davvero bisogno di cultura e di arte.

Tanto tempo fa il maestro Eduardo De Filippo disse: “Per fare buon teatro bisogna rendere la vita difficile all’attore”. Con questi decreti, la vita agli attori – e non solo – è stata resa parecchio difficile. Secondo te, quando terminerà questo periodo, come potrà il teatro risollevarsi? È necessaria una rivoluzione all’interno di esso?

L’ambiente culturale purtroppo, oltre che dal coronavirus, si dovrà riprendere dalle conseguenze dovute ad un sistema di gestione fallimentare protratto nel tempo e la rivoluzione dovrebbe partire prima di tutto dalle istituzioni, nella specie gli enti pubblici e le associazioni private di riferimento che hanno una grande responsabilità, ma non sempre sono all’ altezza.

Il teatro è il luogo simbolo della ribellione. C’è stato un momento in cui, oltre alla manifestazione in piazza Duomo a Milano, le compagnie teatrali hanno tentato di organizzarsi per protestare contro questi decreti? Qual è la tua opinione in merito?

Sono state organizzate diverse manifestazioni oltre a quella in piazza Duomo che forse è quella che ha avuto un impatto visivo più forte. I lavoratori dello spettacolo hanno cercato di far sentire le loro voci in numerose piazze d’Italia da nord a sud, senza avere molti riscontri.

La condizione della cultura in Italia, soprattutto durante questi lockdown, continua a sprofondare vertiginosamente. Secondo te, quanta considerazione ha questo Paese nei confronti della cultura? Siamo davvero così indietro rispetto agli altri paesi europei?

Io ho l’impressione che la cultura venga vista come decoro. Il nostro patrimonio artistico e culturale viene considerato una leva per la propaganda e talvolta per il turismo, ma dovrebbe essere prima di tutto un bene per la società e i cittadini, non una questione d’immagine. Molti Paesi europei considerano il patrimonio culturale la base su cui reggere la società , in Italia purtroppo ancora fatichiamo a capirne l’importanza.

Sei d’accordo con le dichiarazioni di Rezza, il quale ha recentemente dichiarato che: “il ridicolizzare qualsiasi fenomeno culturale è un orientamento da regime dittatoriale?”

Sono d’accordo sul fatto che la disparità di trattamento rispetto alle norme veicoli il pregiudizio che lavorare nella cultura sia un hobby e non un vero e proprio lavoro. Non credo sia un orientamento da regime dittatoriale, più che altro credo sia sintomo di arretratezza.

Questa situazione terribile che ha colpito profondamente i teatri, da chi ti sembra sceneggiata?

Dipende dal punto di vista da cui la si guarda. Io forse penserei a una messa in scena tipica del teatro dell’assurdo, dove si capovolge ogni criterio di verosimiglianza e di realtà. 


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