Esteri, Biden seguirà la linea politica tracciata da Trump

In politica interna Biden e Trump rappresentano due mondi opposti ma fuori dall'America il nuovo Presidente seguirà la linea tracciata dall'uscente Trump.

Elezioni USA 2020

Lo diceva già a novembre uno speciale de l’Espresso di Repubblica – quindi non Libero – che le distanze politiche tra Trump e Biden, almeno in politica estera, non erano così evidenti.

Emma Sky, consigliera delle forze armate Usa in Iraq con i generali Odierno e Petraeus, governatrice di Kirkuk dal 2003 al 2004, analista politica, docente del Jackson Institute per gli Affari Internazionali dell’università di Yale e direttrice del Greenberg World Fellows Program, dichiarava ai microfoni italiani che il nuovo presidente continuerà la linea dura con la Cina e in Medio Oriente vorrà sempre tenere a bada l’Iran. Però sarà meno indulgente con Putin (questo bisognerà vedere a cosa porterà).

La pace in Medio Oriente la più grande eredità politica

Si può quindi iniziare ad analizzare l’eredità politica di Trump. Nella stessa intervista disponibile qui, la Sky si complimentava col miracolo diplomatico di Trump in Medio Oriente in riferimento ai cosiddetti accordi di Abramo:

Sono rimasta particolarmente sorpresa dagli “Accordi di Abramo” fra Israele, Emirati Arabi e Bahrain. Si è sempre pensato che qualsiasi passo di normalizzazione dei rapporti fra Israele e il mondo arabo dovesse necessariamente passare dalla pace in Palestina, mentre questa intesa ha completamente ribaltato la discussione. Apparentemente è stata in qualche misura la minaccia di Netanyahu di annettere i Territori Occupati ad accelerare una trattativa che sottobanco si stava sviluppando, fra Abu Dhabi e Gerusalemme, già dal 2018: si tratta di un evento storico. Per 25 anni la regione è rimasta diplomaticamente congelata, l’ultimo accordo fra un paese arabo e Israele risale al 1994. Tutte le intese raggiunte nel tempo sono sempre seguite a guerre, cui si è legato un clima di costante “pace fredda”, senza alcun genere di collaborazione fra gli Stati coinvolti.

Due giorni fa Giulio Meotti sulle pagine de Il Foglio ha rilanciato il tema, parlando dei risultati dell’amministrazione Trump in politica estera, soprattutto in Medio Oriente dove il tycoon “ha presentato un piano di pace tra Israele e palestinesi che poteva essere scritto dallo stesso primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. L’amministrazione Trump ha dichiarato che gli insediamenti non sono di per sé illegali, ha permesso agli americani nati a Gerusalemme di scrivere “nato in Israele” sul loro passaporto e ai beni prodotti in Giudea e Samaria di essere etichettati come “made in Israel”. L’amministrazione Trump ha abbandonato l’accordo sul nucleare del 2015 che piaceva tanto all’Iran e lo ha sostituito con sanzioni e ancora sanzioni. Poi ha convinto altri paesi della regione, che vedono nell’Iran un pericoloso nemico, a firmare storici accordi di pace con Israele.”

I risultati di Trump non solo fuori dagli States

In effetti sono molti, oltre la triste pagina dei fatti di Washington, ad aver riconosciuto a Donald Trump più che un merito durante la sua amministrazione che ha portato per esempio, oltre ai risultati in politica estera, a enormi progressi per contenere l’espansione cinese sul mercato alimentare e per sostenere l’occupazione americana. Non a caso Trump ha comunque riscosso un grande successo di consenso alle ultime elezioni, nonostante il sorpasso democratico.

Una forbice di voti molto ristretta

Infatti alle ultime elezioni in totale Biden ha ricevuto 78.764.266 voti, il 51,0% del totale, mentre Trump 73.126.487 corrispondenti al 47,3%. Non una debacle quindi. In Italia sarebbe una vittoria di misura e non una virata democratica così come è stato spesso raccontato. La sua non è stata una bocciatura (e i repubblicani lo sanno bene) ma un voto dettato e condizionato per forza maggiore dalla paura del coronavirus. 

Il blocco sui social riabilita in parte il tycoon: il gioco sporco delle Big tech

A questo scenario in molti avevano visto, già a dicembre, una sua possibile risalita per le elezioni presidenziali del 2024. Per adesso Trump e i profili social a lui riconducibili sono stati oscurati. Questo ha scatenato un vespaio di polemiche. Tra i difensori “improbabili” del diritto di Trump a restare su Twitter e Facebook anche Angela Merkel, in Italia Enrico Mentana, Vittorio Sgarbi e Massimo Cacciari su tutti. Mai un protagonista della politica internazionale si era rivelato in così poco tempo vittima e carnefice a giorni alterni. 

Il paragone con l’esperienza di Richard Nixon

Una presidenza decisamente divisiva e che chiude, così come era stato per Nixon, in maniera drammatica. Ma anche per Nixon, non era stata una questione di consenso popolare ma di “scandali” legati ad azioni dei suoi “discepoli” più oltranzisti che alla fine si trasformano sempre in boomerang imperdonabili. Un boomerang che però è tornato indietro anche ai CEO di Twitter e Facebook: il social network fondato e diretto da Jack Dorsey sta cedendo il 7,3%, con le azioni che sono passate dal prezzo di 51,48 dollari per azione a 47,76 dollari per azioni. Chi di tweet ferisce di tweet perisce…


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