Barcellona intitola una via a Norma Cossetto e il Partito Comunista siciliano perde le staffe

Continua imperterrito il becero negazionismo da parte del Partito Comunista. Stavolta tocca a quello siciliano, autore di un comunicato riprovevole.

Partito Comunista

Il folle comunicato del Partito Comunista siciliano

Prima di soffermarci sulla folle ipocrisia derivante dal comunicato scritto stamane dal Partito Comunista siciliano, per dovere di cronaca è necessario raccontare l’accaduto. In data 26/02/2021 il C.C. di Barcellona Pozzo di Gotto ha approvato all’unanimità con delibera la mozione presentata dalla Consigliere comunale Melangela Scolaro del gruppo consiliare di Fratelli d’Italia, la quale ha chiesto di intitolare una strada alle vittime delle Foibe e a Norma Cossetto. Nulla di assolutamente eclatante, anzi, si tratta di un giustissimo riconoscimento nei confronti delle vittime del boia jugoslavo Tito.

Il Partito Comunista siciliano, in preda ad un’asfissia dovuta alla loro stessa bile, ha scritto un comunicato da far accapponare la pelle. (Clicca qui per leggerlo)
Secondo i compagni, le vittime delle Foibe (Clicca qui per approfondire) sono soltanto fascisti che si sono macchiati di crimini contro la popolazione istriana. Nulla di più falso e mistificante. Con un numero delle vittime ancora incerto, il quale sale sempre più ogni qualvolta si scopre un’altra foiba, il Partito Comunista siciliano proprio non riesce ad accettare la realtà storica sulle Foibe.

Un piccolo ripasso per chi disconosce i fatti storici

L’esule Gianantonio Godeas raccontava spesso dei sacrifici compiuti da molti giuliani e dalmati per la Patria. In tanti furono catturati e alcuni di loro impiccati come Cesare Battisti e Nazario Sauro durante  il primo conflitto mondiale. Condizionati dal presidente Wilson, i firmatari del patto di Londra del 26 aprile 1915 negarono all’Italia la costa dalmata al termine della prima guerra mondiale e lasciarono soltanto l’enclave italiana di Zara, l’isola di Lagosta e quella di Pelagosa.

Nel celebre saggio del 1915 “Gli italiani e la Venezia Giulia” di Luigi Barzini, l’autore racconta della volontà da parte degli slavi di italianizzarsi sotto ogni aspetto: « […] gli slavi erano affascinati dalla forza assimilatrice della cultura italiana che dettava abitudini del lavoro, nella coltivazione della terra e nell’intraprendenza dei commerci». In un altro saggio, stavolta più recente (2011), della docente Rossanna Mondoni dal titolo “Italia, Confine orientale e Foibe” viene abilmente descritto il fenomeno integratorio testé citato.

La Mondoni focalizza la sua ricerca sul punto di svolta di questo fenomeno: la paura degli austriaci di perdere alcuni territori dopo il 1848. Ogni confronto venne annullato dall’Impero austroungarico e la peculiarità italiana di quei territori venne annichilita tramite leggi e soprusi. Il governo austriaco utilizzò ogni pretesto per espellere i sudditi di nazionalità italiana o per indebolirne il nucleo, sopprimendo le scuole italiane aperte da Napoleone e sostituendole con scuole tedesche.

Con il Trattato di Saint Germain del settembre 1919 l’Italia ottenne Trento e Bolzano, ma venne mutilata della zona orientale. Con il Trattato di Rapallo del 1920 si arrivò alla conclusione, salvo il nodo di Fiume, del processo risorgimentale di unificazione italiana con l’annessione di Gorizia, Trieste e Pola. Al Trattato di Rapallo seguì una rinuncia da parte dell’Italia ai territori dalmati, etnicamente slavi.

Il becero negazionismo non passerà

Dopo questo breve ripasso per i profani della materia storica, si può ben comprendere come la tanto vituperata italianizzazione da parte del cosiddetto “fascismo di confine” va collocata all’interno di un contesto storico e geografico in cui l’italianità era certamente predominante. Per quanto riguarda l’occupazione della Jugoslavia da parte del Regio Esercito italiano dal 1941 al 1943 e il suo operato «oltre i limiti dettati dal codice militare di guerra», non si può certamente obliare il fatto che le rappresaglie attuate erano mezzi coercitivi con cui lo Stato reagiva ad atti illeciti commessi contro di lui da un altro Stato.

Tramite la rappresaglia, lo Stato reagiva ad atti antigiuridici con atti parimenti antigiuridici, i quali venivano considerati eccezionalmente legittimi e autorizzati dal diritto internazionale.
Decine e decine di militari furono ritrovati con le membra spezzate, evirati e con gli occhi enucleati. Del resto, in piena situazione bellica, quale altro trattamento poteva essere applicato nei confronti di banditi e terroristi che, come narra Arrigo Petacco nel suo libro Esodo, il 27 novembre 1942, dopo una giornata di furibondi combattimenti, fucilarono i superstiti – in spregio alla Convenzione sui prigionieri di guerra – e gettarono gli ufficiali, dopo averli squartati a colpe di scure, in una foiba?

Il Partito Comunista siciliano continua volutamente a dimenticare le pulizie etniche titine in Carinzia, Vojvodina, Banato, Istria, Dalmazia e Venezia Giulia al termine della guerra. Il numero delle vittime nei campi di concentramento comunisti jugoslavi è stato valutato al 98%, il più alto della Seconda guerra mondiale, superiore perfino ai gulag. Con il Trattato di Osimo del novembre 1975 l’Italia ha definitivamente consegnato la zona B alla Repubblica socialista federale jugoslava sulla quale il nostro ordinamento non aveva fino ad allora rinunziato ad affermare i suoi diritti (cfr. sent. n. 53/1964 Corte cost.). Già nel 1969 l’allora Presidente della Repubblica italiana Saragat decorò Tito «Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica» con l’aggiunta del Gran cordone.

Ecco spiegata l’Italietta post-bellica con due semplici mosse. Il becero negazionismo non passerà. Onore ai martiri delle Foibe e a Norma Cossetto (sulla quale troverete un approfondimento cliccando qui).


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