Accadde oggi: Luigi Rizzo, D’Annunzio e Ciano compiono la “Beffa di Buccari”

La "Beffa di Buccari" rappresenta il punto di svolta della Prima Guerra Mondiale. Ciano, Rizzo e D'Annunzio compiono un'impresa eroica.

Beffa di Buccari

La preparazione alla Beffa di Buccari

La notte è quella del 10 febbraio, l’ordine è appena giunto agli eroi dei MAS. Si leveranno le ancore all’indomani per la Beffa di Buccari. La tensione comincia a salire febbrilmente come di consuetudine prima di una missione di guerra. All’interno degli uffici del comando le luci tardano a morire. Il nocchiere Beltramin non riesce a dormire per la tensione suddetta. Quest’ultimo è un esperto dell’Adriatico, conosce ogni caletta, ogni scoglio e tutte le correnti, anche le più segrete. Conosce anche Buccari poiché si recava spesso lì per raccogliere la legna da consegnare agli artigiani veneti.

Lì aveva conosciuto l’amore, ma quella gola stretta di mare è difesa dalle batterie austriache di Porto Re. La guerra ti allontana da tutto e ti avvicina ai punti più nascosti dell’anima. Domani si parte e nessuno sa cosa il destino gli ha riservato. Beltramin, Menotti, Volpi, Turci, Martinelli: nessuno di loro è al corrente di ciò che sta per avvenire. Nel quartiere della flottiglia il fumo ha ormai occupato gran parte della stanza del comandante Ciano. La carta dell’Adriatico è segnata da note, righe, sagome intraducibili ai più.

Un frego rosso cerchia la baia di Buccari. Luigi Rizzo, il “nostro” celebre eroe, sorride e guarda il Vate: “È una pazzia, ma ormai è deciso“. D’Annunzio si lascia andare un’altra delle sue celebri frasi: “L’audacia è dei forti e dei forti è la fortuna. Brindiamo. Domani la storia tanerà la nostra follia che si è cinta l’alloro della gloria“. Parole dantesche quelle del D’Annunzio, difatti sembra di risentire Ulisse che rinsalda gli animi dei suoi compagni naviganti nella Commedia: “O frati! […] che per cento miglia; perigli siete giunti a l’occidente; a questa tanto picciola vigilia […] non vogliate negar l’esperienza, di retro al sol, del mondo sanza gente“.

Ciano si avvicina a Rizzo e si scambiano un sorriso di benevolenza nei riguardi del Vate. Conoscevano l’ardore dannunziano, il quale si era risvegliato dopo gli ozi amorosi di Francia. D’Annunzio ha guidato incursioni su Trieste, poi su Pola. Ha guidato i fanti della brigata “Lupi di Toscana“. Gli austriaci hanno messo una taglia di ventimila corone d’oro sulla sua testa, tanto lo temono. “Dobbiamo saldare un conto con quelli là. Lissa…” afferma D’Annunzio. Rizzo e Ciano trasaliscono, sanno che lo zio del Vate era morto proprio lì, a Lissa, bruciato dalla pece bollente degli austriaci.

Dove andiamo?” gli chiede Rizzo. D’Annunzio comincia a scorrere il suo indice sulla mappa, sorvola Pola, Fiume, e infine si ferma su Buccari e afferma: “Dove è impossibile entrare e ancor più impossibile uscire“. A Ciano l’idea garba, ma bisogna perfezionare la sorpresa. Rizzo è indeciso, ma sa benissimo che ormai è dentro. La settimana prima col suo MAS era entrato da solo a Trieste e aveva fatto colare a picco la corazzata “Wien”. Lo avevano promosso capitano di corvetta e da Roma stava arrivando la medaglia d’oro. D’Annunzio è impaziente: sa già che questa impresa ha il sapore della beffa.

L’ora della verità

Ciano interpella gli alti comandi della Marina e ne riceve un consenso entusiasta. Nel frattempo la ferita di Caporetto sanguina ancora. Cadorna, Porro e Capello già sono stati tolti di mezzo. Troppo disfattismo ottenebra l’Italia, serve una manovra eroica che possa rinsaldare gli spiriti affievoliti. Buccari comincia a prendere forma. Tre MAS vengono scelti: il 94, il 95 e il 96. Gli operai navali aggiungono dei serbatoi supplementari, il piano è pronto: si partirà a breve, ma le condizioni sono proibitive.

D’Annunzio freme, non riesce a tenere a bada i suoi istinti. Ogni mattina il Vate chiede di salpare, ma per un’impresa del genere bisogna essere molto pazienti. La mattina del 10 febbraio arriva l’ordine: si salpa. Ciano, Rizzo e D’Annunzio ripassano il piano con i comandanti dei MAS. Il 94 lo comanda Andrea Ferrarini detto “Mantova“. Egli ha già servito con Rizzo a Trieste ed è dotato di una fermezza di nervi straordinaria. Il 95 va al tenente Profeta De Santis, il quale navigherà con il silurista Antonio Martini, un altro di quelli che con Rizzo hanno affondato la Wien. Sul 96 si imbarcheranno Ciano, Rizzo e D’Annunzio.

Nella stanza delle riunioni impera il silenzio. Ciano ha appena finito di spiegare il piano: partenza all’alba in formazione, trainati dai cacciatorpediniere per risparmiare carburante, passaggio allo Stretto della Farasina, poi Porto Re e quindi dentro il budello di Buccari. “Avete domande, signori?“, chiede Ciano. Il silenzio continua ad imperare, è il momento dell’azione.

D’Annunzio ha gli occhi bruciati dalla febbre dell’impresa; il Vate pensa alla canzone che scriverà: “Siamo trenta d’una sorte e trentuno con la morte?“. Arriva l’alba, è l’ora della Beffa di Buccari. D’Annunzio si erge sulla banchina del molo:

“Marinai, miei compagni, non conviene un lungo discorso per muovere il coraggio che è già impaziente di misurarsi col pericolo ignoto. La nostra impresa è tanto audace che già questa partenza è una vittoria sopra la sorte. Ciascuno deve dare non tutto sé, ma più che tutto sé. Lo giurate? Compagni rispondetemi!”

Inizia la Beffa di Buccari

L’ora è giunta: si salpa con rotta Sud verso la boa di Punta Maestra. Otto ore di navigazione tranquilla sotto un cielo nebbioso, nessuna mina, nessun avvistamento. Il Vate si addormenta sopra una bomba di profondità, Beltramin gli passa un salvagente come guanciale. Al suo risveglio, i marinai hanno fame: Beltramin stende una tovaglia tutta ricami e da un cestone di vimini pesca bicchiere di cristallo, posate d’argento, piatti di porcellana.

D’Annunzio mangia galantina di pollo e vengono sturati vini francesi; si stappa lo champagne. Rizzo e Ciano brindano col poeta. Ma non è più tempo di sollazzarsi con certi liquami, poiché si è appena imboccato il Quarnaro. È da poco calata la notte, i trenta sono soli, allo stretto di Farasina i caccia si staccano. Si passa sotto il naso delle batterie austriache di Prestenizza, il silenzio della notte è assordante e rischierebbe di far impazzire chiunque.

Il Vate scorge le bocche di fuoco, basterebbe una sventagliata di proiettili a distruggere tutto e a consegnare le sorti della guerra agli austriaci. “Memento Audere Semper” è il motto che D’Annunzio fa aggiungere sulla tavoletta vicina al timone del MAS 96. I motori a scoppio si spengono, rimangono quelli elettrici ad autonomia limitata. Il ronzio soffocato sembra una fanfara nel silenzio della notte. Le navi da guerra non appaiono all’orizzonte e Rizzo lancia una maledizione. D’Annunzio ha appena lanciato tre bottiglie con uno stupendo messaggio:

In onta alla cautissima flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d’Italia, che si ridono d’ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre a OSARE L’INOSABILE. e un buon compagno, ben noto – il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro – è venuto con loro a beffarsi della taglia.”

Procaccini dà l’allarme: “Eccole laggiù“, ma non c’è spazio per l’allegrezza. Sono soltanto tre piroscafi da carico e una nave passeggeri. Lo scoramento è sul volto di tutti. Tanta audacia per nulla? D’Annunzio se la ride, per lui l’impresa è riuscita perfettamente. Chiude le bottiglie e le lancia in mare. Rizzo e Ciano scambiano un’occhiata d’intesa e partono i siluri: due dal 94, due dal 95 e uno dal 96, ma non sortiscono l’effetto sperato, forse a causa delle reti di protezione.

Ciano non attende neanche un secondo: “Fuori di nuovo!” e partono due siluri dal 96 e uno dal 95. Il boato sconquassa il silenzio notturno, la rada si illumina a giorno. Ciano ordina di attivare i motori a tutta forza e dalla costa di Fiume i proiettori cercano invano i motosiluranti. Una pioggia di colpi austriaci non sortisce l’effetto sperato e i MAS fuggono. Sfila il 96 insieme al 95, ma il 94 ha delle noie al motore e non riesce a ripartire. “Tutti o nessuno” urla D’Annunzio e, in questo esatto momento, la Beffa diviene impresa. Ciano torna indietro, ma Ferrarini riesce a riparare l’avaria e riprende la corsa. I tre MAS vengono inseguiti da tre caccia austriaci, ma questi ultimi devieranno verso la rotta più comune, quella di Venezia.

Ciano decide di riparare altrove, ad Ancona. Alle 7 di mattina dell’11 febbraio 1918 tre MAS e trenta uomini arrivano alla rada di Ancona. È un successo strabiliante. Il primo conflitto mondiale sta per volgere al termine, ma la bussola della vittoria adesso punta verso Sud, verso Roma. Vienna ha appena subito una beffa strabiliante, la quale passerà alla storia proprio come la “Beffa di Buccari“.


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