28 ottobre 1922: avviene la marcia su Roma e si scopre il marchio di fabbrica del Fascismo

La marcia su Roma compie novantotto anni. L'evento più bistrattato dalla storiografia viene qui riletto con una chiave scevra da sentimenti ormai vetusti.

marcia su Roma

La marcia su Roma, prologo del Fascismo

Novantotto anni fa la Capitale si ritrovava sotto assedio. L’insurrezione armata delle camicie nere aveva il dichiarato intento di smantellare lo Stato liberale. Migliaia di fascisti presero la via della Capitale nella notte tra il 27 e il 28 ottobre per compiere una rivoluzione che li avrebbe portati a governare l’Italia per un ventennio. Eppure, malgrado sia trascorso quasi un secolo, in tutti gli ambienti semicolti d’Italia si continua a dare una versione deformata e spesso irridente della marcia su Roma.

Secondo i personaggi di questi ambienti, la marcia su Roma fu un qualcosa a metà strada tra una passeggiata domenicale e un mero colpo di teatro. Purtroppo per loro, gli eventi non andarono affatto così. La storiografia antifascista bolla la marcia come “una goffa kermesse” o “poco più che una trascurabile adunata di utili idioti“. Si tratta di una lettura superficiale e al contempo autoconsolatoria. Essa non riflette affatto la realtà storica.

L’unico storico che liquidò queste interpretazioni di comodo fu Emilio Gentile, il quale nella sua opera “E fu subito regime: il fascismo e la marcia su Roma“, scrisse:

Il sarcasmo storiografico lascia senza risposta, ripetendo così l’errore di incomprensione commesso a suo tempo dalla maggior parte degli antifascisti, che non presero sul serio il fascismo e la “marcia su Roma”. Poi, sconfitti e messi al bando dal fascismo, si consolarono ridicolizzando la “marcia su Roma” come una messa in scena, e proiettarono questa immagine su tutta la successiva esperienza del regime totalitario: e non capivano che, in tal modo, ridicolizzavano se stessi, perché si erano lasciati travolgere dai commedianti di un’opera buffa, i quali rimasero al potere per un ventennio, e furono detronizzati soltanto dopo essere stati sopraffatti e disfatti dagli eserciti stranieri in una seconda guerra mondiale“.

Il vero significato della marcia su Roma

Come testé detto, la marcia su Roma non fu una “marcetta” o un “colpo di teatro“. Essa pose fine allo Stato liberale e diede inizio all’epopea fascista. Altresì non dobbiamo commettere l’errore opposto, ovvero quello di considerare la marcia come una presa della Bastiglia. Nessuno scontro definitivo avvenne tra le vie di Roma, non vi furono barricate né prese di palazzo o abbattimenti vari.

La vera battaglia ebbe luogo sulla linea telefonica che univa Milano, il Quirinale e Palazzo Chigi. Esse erano rispettivamente le “dimore” di Mussolini, del re e dello Stato. Soltanto con l’azione diplomatica di Mussolini l’impresa ebbe successo. Con la sua tipica retorica senza eguali, come dichiarò il suo attendente Cesare Rossi, il futuro Duce “fece fessi tutti” e riuscì a coronare di successo l’insurrezione armata delle squadre d’azione.

Non fu una vittoria dall’esito scontato

La marcia su Roma non ha rappresentato soltanto una dimostrazione di forza dai caratteri meramente spettacolari. Il generale Emanuele Pugliese descrisse con termini sarcastici il numero delle camicie nere presenti a Roma in quel dì del 28 ottobre: “sarebbero bastati pochi colpi di cannoni a salve, per disperdere e disarmare quelle torme“. Purtroppo per lui, quelle “torme” contavano circa 30mila armati.

Nel resto del centro-nord i fascisti, che avevano mobilitato 300mila camicie nere, avevano già occupato le principali città con l’aiuto dei militari. Grazie ad essi, i fascisti entrarono in possesso degli armamenti necessari per attaccare e, altresì, difendersi. Nonostante un’organizzazione non proprio irreprensibile, si deve pur sempre calcolare che le colonne erano per la maggior parte formate da ex combattenti e decorati al valore. Di certo non si trattava di dilettanti allo sbaraglio.

Lo stesso Vittorio Emanuele, interrogando lo Stato Maggiore, si sentì rispondere che l’esercito era troppo vicino alle idee fasciste e non lo si poteva arrischiare in un conflitto. Al re, in sostanza, fu detto che l’esercito avrebbe fatto il suo dovere, però sarebbe stato meglio non metterlo alla prova. Soltanto Richard Child, l’allora ambasciatore statunitense a Roma, riuscì a cogliere l’essenziale dell’evento: “Qui stiamo assistendo a una bella rivoluzione di giovani ricca di colore e di entusiasmo“.

Gioventù, colore, entusiasmo: questi termini rappresentano la marcia su Roma per occhi non accecati dall’antifascismo.


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